Cosa succede quando ti sembra di non avere altro da dire? Quando l’ispirazione si affievolisce fino quasi a scomparire? Ho scritto questa newsletter quasi ogni settimana negli ultimi cinque anni e mezzo, ho un blog da più di diciassette anni, e al momento ho scritto sette libri di cucina, di cui l’ultimo è uscito un mese fa. In questi giorni ho sentito il peso di una stagione di corsi di cucina appena iniziata che ho cercato di incastrare insieme ad altri progetti, a scadenze lavorative, malanni di stagione, la promozione di un libro appena uscito, impegni familiari e grandi passi come coppia e famiglia. In questi ultimi mesi ho sentito una grossa fatica, che si è riflessa anche nella mancanza di quella spinta creativa che di solito guida il mio lavoro.
Proprio l’altro giorno, poi, mi sono imbattuta in un pensiero di Suleika Jaouad qui su Substack: anche quando sembra di non avere più niente da dire, se si rimane abbastanza a lungo davanti alla pagina bianca, qualcosa prima o poi emerge. Mi è sembrato di riconoscermi subito in quelle parole.
Quando l’ispirazione manca, si torna ai gesti, ai libri, alla terra, alle passeggiate, alle ricette amate. E da lì qualcosa riparte.
La mia strategia è quella di fare un passo indietro, e poi tornare lì, davanti a quella pagina bianca. Perché la vera differenza la fa il presentarsi giorno dopo giorno.
Ecco quello che funziona per me per dare nuova linfa all’ispirazione.
Leggere un libro che mi ha ispirato in passato.
Questa funziona quasi sempre. Mi avvicino alla libreria, faccio scorrere lo sguardo tra i libri di cucina, i memoir, i saggi e i libri dei miei food writer preferiti, e poi prendo in mano quello che mi chiama. Ce n’è sempre uno che sembra sporgersi dalla libreria, la scelta è spesso fatta istintivamente, di pancia. Ogni volta è come riaprire una conversazione che era rimasta in sospeso. Ci sono libri che hanno questa capacità di attraversare il tempo e lo spazio, e anche se sono stati scritti più di cinquant’anni fa hanno tuttora un’urgenza che li fa sentire attuali.
Mi piace riscoprire le frasi che avevo sottolineato, gli appunti a margine, i punti esclamativi messi accanto a pensieri che avevo formulato solo in astratto e che l’autore era riuscito a mettere sotto forma di parole, rendendomeli finalmente comprensibili. A volte si instaura un’intimità nella conversazione che ti fa sentire vicino non solo all’autore, ma anche alla te di qualche anno prima. Rileggere questi libri è uno dei piccoli piaceri della vita.
Studiare
Se proprio l’ispirazione manca, se mi sento insicura e mi sembra di dover tracciare una nuova strada—in questo lavoro bisogna continuamente ricalibrare la rotta—, io mi rifaccio dalle basi. Studiare è cercare di colmare tutte quelle lacune che sento di avere per aver praticamente inventato un lavoro che non esisteva quando sono andata all’università, mettendo insieme un po’ di competenze e tanta curiosità.
All’inizio pensavo fosse sindrome dell’impostore—il non sentirsi mai pronti e preparati a sufficienza—ma ora mi rendo conto che invece si tratta di andare a ricercare l’origine della passione che mi ha portata qui, proprio in quei libri che mi hanno insegnato un mestiere: a scrivere, a cucinare, o a fare fotografie migliori.
Riprendo spesso in mano Will Write for Food, di Dianne Jacobs, il mio primo manuale di testo del food writer, Bird by Bird, di Anne Lamott, On Writing, di Stephen King, e On Writing Well, di William Zinsser, un libro del 1976 (!!!) che ha ancora tanto da dire.
Poi ci sono giorni in cui ho semplicemente voglia di capire un po’ meglio cosa sia la creatività—sono fermamente convinta che quello dello scrivere di cibo sia un mestiere artigiano e creativo—e quindi riprendo in mano Big Magic, di Elizabeth Gilbert. Tra l’altro, non vedo l’ora che esca il nuovo libro di Emma Gannon, A Creative Compass: Finding Your Way to a Creative Life. Sarà la mia lettura delle vacanze.
Sporcarmi le mani
Vale tutto, che sia dipingere con gli acquerelli o fare giardinaggio, trapiantando le dalie e le zinnie che sono finalmente germogliate nelle aiuole, o strappando erbacce.
A fine serata, mentre annaffio i fiori in giardino al crepuscolo, i panni stesi in terrazza e le luci accese attorno a casa che spandono un alone caldo, mi guardo le unghie annerite di terra e sorrido, perché per un’ora ho spento i ragionamenti ingombranti e ripetitivi, e ho dato modo alle idee acerbe di emergere in superficie. Molte saranno svanite una volta tornata a casa, ma qualcuna rimarrà, e troverà il suo spazio nel quaderno degli appunti. Chissà che non diventino poi una nuova newsletter.
Camminare
Specialmente nel tardo pomeriggio, ascoltando un podcast, la musica, o i rumori della natura: a quest’ora si comincia a sentire un subbuglio eccitato nelle siepi lungo la strada e nel sottobosco, finalmente la campagna è fresca abbastanza, silenziosa abbastanza: caprioli, lepri, e fagiani possono uscire fuori in cerca di cibo.
Se avanzo silenziosa spesso il nostro sguardo si incontra da lontano, un attimo lunghissimo in cui trattengo il respiro, in cui riesco a percepire tutta la bellezza e la potenza della natura selvaggia, non addomesticata. Il sentirmi infinitamente piccola, parte di un mondo più grande che va tranquillamente avanti senza di me e il mio arrovellarmi in pensieri che si autosabotano mi aiuta spesso a riconnettermi con la mia parte più creativa che spesso rimane sopita quando sono invece iperconnessa.
Cucinare solo per piacere.
È proprio nei momenti in cui sono più stanca, quando i corsi di cucina si susseguono uno dopo l’altro (e quest’anno, con una situazione internazionale tutt’altro che rassicurante per il turismo, davvero non mi lamento) e le nostre cene consistono principalmente di avanzi che mi manca di più cucinare solo per piacere, senza un obbligo, o un fine. Il più delle volte quello che mi manca non è poi il tempo, ma lo spazio mentale.
Anche se per lavoro cucino per buona parte della giornata, ancora trovo preziosi quei momenti in cui posso chiudermi in cucina, aprire il frigo, guardare cosa c’è e provare a inventare qualcosa di nuovo, o, meglio ancora, aprire un libro di cucina e seguire passo passo la ricetta di un autore che ammiro e che so che non mi lascerà delusa.
Proprio come nel caso dei tozzetti all’alchermes di Domenica Marchetti, che qualche settimana fa mi avevano fatto capire che fare biscotti significa creare qualcosa di cui godere per diversi giorni, un piacere prolungato e rimandato, qualcosa di divertente, a tratti perfino frivolo. Di sicuro un piacere, non un dovere.
Una delle cose che per me funziona meglio per ritrovare un po’ di ispirazione è prendere una vecchia ricetta che ho amato, una di quelle di cui ricordo ancora il sapore e soprattutto cosa ho provato la prima volta che l’ho fatta, e rifarla cambiando qualcosa, così che la nuova versione possa riflettere come è evoluto il mio modo di cucinare negli anni, e come sono evoluta io. L’ho fatto con una torta di carote quando è nata Livia, per esempio.
Proprio come quando riprendo in mano un libro che ho letto anni fa, è come riaprire una conversazione, riallacciarsi a un momento del passato che mi è stato di ispirazione, per poter attingere di nuovo a quella linfa creativa che già aveva funzionato.
Mi piacerebbe sapere cosa vi aiuta a ricominciare quando l’ispirazione sembra essersi prosciugata. Un libro? Una passeggiata? Una ricetta che vi rimette al mondo? Raccontatemelo nei commenti: questa settimana mi piacerebbe che questa lettera continuasse anche con le vostre voci.
E così, in questi giorni, tra un corso di cucina e l’altro, tra uno streptococco e l’ennesimo appuntamento dal notaio, ho ripescato libri dalla libreria che non leggevo da un po’ (The Gastronomical Me di MFK Fisher, forse influenzata dal fatto che è il libro scelto per il book club mensile di Katherine May), sono uscita a camminare a fine giornata ascoltando Janis Joplin e Joni Mitchell, ho strappato erbacce, trapiantato fiori, e alla fine mi sono messa a scrivere, mettendo insieme tutto quello che mi aveva riportato a sedere davanti al computer.
Tra l’altro, proprio sabato 30 maggio inizierà la nona edizione di 1000 Words of Summer, un progetto di Jami Attenberg per scrivere 1000 parole al giorno insieme a un nutrito gruppo di partecipanti, per due settimane di fila. Un po’ mi spaventa, un po’ non vedo l’ora di iniziare per vedere dove mi porterà.
Questi giorni in cui ho cercato di riempire di nuovo il mio serbatoio di ispirazione hanno anche avuto un risultato tangibile, commestibile direi.
Complici delle banane scure e molto mature che dovevo usare al più presto, lo scorso fine settimana ho rispolverato la ricetta del banana bread di Molly Wizenberg, tratta dal suo primo libro, A Homemade Life (2009), che rimane tuttora uno dei miei food memoir preferiti.
RICETTA - Banana bread all’olio extravergine di oliva e noci
Ho ripreso in mano questa ricetta domenica scorsa, quando avevo degli amici a pranzo e volevo preparare qualcosa di molto semplice che, se fosse avanzato, avrebbe potuto facilmente trasformarsi in torta per la colazione della settimana.
Anche se fa tanto 2020, io sono innamorata del banana bread dal maggio 2012, da quando per la prima volta ho fatto questa ricetta tratta dal libro di Molly Wizenberg. Erano state le sue parole a convincermi (lei ha effettivamente un talento raro con le parole: mi ha fatto provare l’urgenza di cucinare una spalla di maiale brasata, o una brocca di zabaione alcolico leggendo il suo libro su una spiaggia assolata del Salento in agosto).
Di questo banana bread dice che It’s the kind of thing that begs to be cut into big, melty slices while the loaf is still hot… in poche parole è quel tipo di dolce che chiede solo di essere tagliato a fette grandi e fondenti quando è ancora caldo, e così ho fatto.








