Eccoci tornati a casa, e alle camminate mattutine prima che tutti si sveglino. Alle sette la luce è radente mentre procedo a passi spediti in mezzo a campi colorati da una sfumatura onirica: da una parte un campo di erba medica, di un verde brillante e insolito in una campagna già bruciata dal sole, cangiante con i suoi fiori malva e blu-violacei; dall’altra un campo lasciato a maggese, con una base dorata data dalle graminacee selvatiche ma punteggiato dai fiori della cicoria, così difficile da riconoscere in primavera quando sei alle prime armi, ma così evidente ora, che si staglia in alto con i suoi fiori indaco in estate.
Nei dieci giorni passati, le mie camminate mattutine sono state molto diverse: niente terra sotto i piedi, ma sabbia. Niente campi di grano o siepi di rovi, ma da una parte il mare del Salento, dall’altra case basse e bianche, oleandri, palme, e le macchie di colore delle bouganville rosa fluo che accendono i giardini nascosti.






Anche quest’anno abbiamo scelto le vacanze in Salento, per mantenere saldi i legami con un lato della famiglia a cui anche Livia è già molto legata, per tornare a un mare che ormai è una seconda casa, per continuare la ricerca del miglior pasticciotto (e credo di averlo finalmente individuato), rivedere facce amiche, provare a far finta di vivere lì per dieci giorni l’anno.
Arriviamo, e tempo il primo bagno in mare siamo già nei ritmi di casa: gli asciugamani stesi ad asciugare sulle sedie, la doccia fuori in cortile accanto all’albero di limone, le meloncelle onnipresenti.
Mi piace comprare le verdure al solito banco nel parcheggio di fronte al mare, riabbracciare amiche che anno dopo anno sono sempre lì, alla spiaggia davanti a casa, a chiacchierare nell’acqua fredda della sorgente, scoprire nuove spiaggette che diventano subito le nostre preferite, perché lontane dalla confusione e dalla musica alta dei lidi più frequentati.


Abbiamo i nostri rituali che si perpetuano, come i pasticciotti comprati ancora caldi la mattina che riporto dalla camminata, il nostro giro a Lecce a comprare le ceramiche dalle sorelle Gigante, il caffè in ghiaccio vista mare. E poi, l’ultima sera, la pizza in spiaggia con tutta la famiglia, ordinata alla pizzeria alla fine della strada, condita con sabbia e risate, le patatine fritte bollenti passate di mano in mano, il tramonto davanti a noi.
Provo per la Puglia, o, per essere più precisi, per il Salento, quello che mia nonna, nativa toscana, ha sicuramente provato per la Basilicata, la terra di nonno Biagio.
Nonostante non ci sia un legame di sangue, ho abbracciato fin da subito la famiglia di Tommaso, i legami di parentela, gli ingredienti, le abitudini a tavola e le ricette, che piano piano sono state inglobate nel mio repertorio di cucina, e hanno guadagnato un sostrato di storie e memorie condivise.
Ogni anno la nostra vacanza è l’occasione per costruirci un’identità come famiglia, e per scoprire un nuovo pezzo del puzzle, che sia un piatto (i tubettini con le cozze o i pezzetti di cavallo in umido), talvolta un’ossessione (sempre lui, il pasticciotto), una spiaggia, una zia o un cugino che ancora mancava all’appello, una storia del passato, o una città.






Se Lecce—con la sua pietra bianca dove la luce riverbera ad ogni ora del giorno—rimane la mia città preferita, perché è riuscita a preservare un’identità che non si è completamente appiattita sul turismo, come purtroppo è successo ad altri meravigliosi paesi del Salento, quest’anno ho lasciato un pezzettino di cuore anche a Taranto, una città che non nasconde i suoi problemi sotto al tappeto o dietro una mano di vernice bianca.
Ho amato il lungomare, le cozze fritte, e il centro storico in cui a volte ti sentivi un intruso, altre uno spettatore di vite altrui, infilando lo sguardo dietro le tende di alimentari, cortili e garage. Su tutto, l’odore di cocco delle foglie di fico toste al sole, che nascevano dentro a palazzi in rovina e tra le crepe dei muri.


Tornando verso casa, abbiamo fatto tappa in Basilicata, a Melfi dai miei zii.
Arrivando a Melfi dal Salento si attraversano campi di grano a perdita d’occhio, niente alberi, solo campi e campi dorati punteggiati da qualche casolare abbandonato, poi arrivano le pale eoliche (guarda mamma un mulino a vento, ha esclamato Livia), e poi, quando inizi a risalire lungo il Vulture, vedi la terra vulcanica, fertile e scura, nella quale vorresti affondare le mani, i boschi di castagni, una vegetazione improvvisamente lussureggiante.
Ho passato poche settimane in estate a Melfi con i miei nonni quando ero una bambina, e poi solo visite sporadiche. Eppure sono bastate 24 ore per riaccendere connessioni e legami, lucidare ricordi, e risvegliare la voglia di conoscere meglio la terra di nonno Biagio.
Con la Basilicata–o meglio, per essere precisi anche in questo caso, con la zona del Vulture attorno a Melfi–è una questione di riconoscimento e riscoperta di un’appartenenza. Il caciocavallo e i calzoncelli, il pane salato, dalla mollica compatta e gialla e la crosta scura e croccante, l’acqua leggermente frizzante Gaudianello, che da piccola non mi piaceva ma che ora trovo estremamente dissetante, il baccalà e le castagne, la cacciagione e i peperoni cruschi.
Come sempre il cibo è il mio modo preferito per conoscere e riconoscere un luogo, per far riaffiorare storie e legami.
Il cibo contiene i chiaroscuri di una regione, riesce a offrirti una visione a tutto tondo che va oltre la rappresentazione stereotipata. Quello che ricerco non è la vignetta da vita lenta, le nonne vestite di nero sedute sulle sedie di legno a chiacchierare davanti alla porta di casa.
Quest’immagine è ancora presente nei miei occhi (e nelle mie foto di bambina), ma nel mio album dei ricordi la metto insieme ai racconti sulle enormi difficoltà di chi aveva sperato nella forza trainante dell’industria, ma adesso fa i conti con la cassa integrazione, e di chi fa ospitalità in una regione splendida, ma che manca ancora di infrastrutture adeguate, e di un sistema turistico che possa renderla non più attrattiva — perché quello lo è già — ma più fruibile, anche per un pubblico più ampio.
Siamo ripartiti con la consapevolezza che torneremo presto anche in Basilicata, perché sento la necessità di approfondire anche queste mie radici lucane, che sento forti nel mio amore per l’origano secco e le lasagne dei giorni di festa.
E poi siamo tornati a casa, con la macchina carica di ricordi, progetti, buone intenzioni e ingredienti eccellenti: mandorle, capperi, olive, e taralli dal Salento; pane di semola, calzoncelli, peperoni cruschi e acqua frizzante da Melfi.
L’estate è qui, e qui siamo anche noi.
Nei prossimi due mesi caldi ci aspettano corsi di cucina—pochi, purtroppo o per fortuna, viste le temperature—, un lavoro immenso ed estremamente emotivo nel sistemare casa di nonna che presto diventerà un appartamento che metteremo in affitto per chi vuole venire a passare qualche giorno di vacanze in Val d’Elsa (e vi racconteremo tutto nel dettaglio più avanti), la traduzione di Vegetables the Italian Way in italiano (FINALMENTE! ma anche di questo ci sarà modo di parlare), e tante nuove ricette per la newsletter.
Sto ancora leggendo con attenzione le vostre risposte al piccolo questionario che vi avevo proposto—se volete, c’è ancora tempo per rispondere qui—ma stanno venendo fuori tanti stimoli interessanti. Grazie per il tempo che ci avete dedicato.
E la vostra estate? come sta andando?
E ora, una nuova ricetta e qualche link dall’archivio: cose da leggere e cucinare.
Ho sempre paura che le ricette che pubblico qui vadano un po’ a sparire una volta inviate con la newsletter, ma qui su Substack per fortuna vivono nell’archivio, che potete sempre consultare qui.
Calzoncelli. Biscotti lucani al cioccolato e alle mandorle.
Strudel di cipolle. Mia zia prepara una focaccia con le cipolle, ma a me piace fare uno strudel con un ripieno dolce e fondente.
Sagne a lu’ fuorn’, le lasagne lucane della mia famiglia per il pranzo di Natale.
Pittule salentine, palline di pasta fritta del Salento.
Le sagne ‘ncannulate al sugo, la ricetta della nonna di Tommaso.
Focaccia ai carciofi del Salento
E per continuare questo viaggio nelle nostre radici meridionali, oggi per gli abbonati c’è una ricetta di famiglia: la focaccia di cipolle di zia Teresa, rivista e aggiornata.
RICETTA. La focaccia di cipolle di zia Teresa
Sono nata e cresciuta in Toscana, in una famiglia molto unita in cui il pane sciocco — il nostro pane senza sale, rustico e quotidiano — i fagioli e l’olio extravergine di oliva erano molto più che semplici ingredienti: erano parte di una piccola religione laica.
Il repertorio di cucina della mia famiglia, però, è stato profondamente influenzato anche dal ramo di nonno Biagio, arrivato in Toscana da Melfi, in Basilicata, negli anni Cinquanta.
Mia zia Teresa resta ancora oggi la migliore cuoca di casa del nostro ramo meridionale: la custode delle ricette, delle tradizioni e dei ricordi. Le sue feste di famiglia sono affollate, rumorose, traboccanti di cibo. La sua cucina si riconosce dall’uso generoso di verdure umili — soprattutto cipolle, peperoni, pomodori e melanzane — dal pane di semola sostanzioso, con la crosta spessa, la mollica compatta, salata e dorata, e dall’aroma balsamico, inconfondibile, dell’origano secco. Peperoncino e olio extravergine di oliva, sempre abbondante, completano il profilo della sua cucina.
Una delle sue ricette più amate — quella che porta a ogni riunione di famiglia, o che prepara come antipasto per i pranzi delle grandi occasioni, accanto al caciocavallo, al salame piccante e ai peperoni sott’aceto — è la focaccia di cipolle…






Bellissimo!
Giulia, grazie per questo racconto così pieno di memoria, profumi e umanità.
Leggendo le tue parole ho pensato a quanto sia vero che le radici non siano sempre e soltanto quelle che ereditiamo, ma anche quelle che scegliamo di coltivare nel corso della vita. Ci sono luoghi che arrivano attraverso gli incontri, attraverso le persone che amiamo, attraverso una tavola condivisa, una ricetta tramandata, un gesto quotidiano che lentamente diventa parte di noi.
Mi sono ritrovata profondamente nelle tue parole quando racconti il cibo non come semplice nutrimento, ma come una forma di memoria. La penso esattamente come te: ogni ingrediente porta con sé una storia, ogni piatto custodisce mani che lo hanno preparato, voci che lo hanno raccontato, sacrifici, tradizioni e momenti di vita condivisi.
Credo che sia proprio questo il motivo per cui alcune ricette riescono ad arrivare così profondamente: perché non parlano soltanto al gusto, ma toccano qualcosa dentro di noi. Ci riportano a persone, luoghi e momenti che magari non abbiamo più accanto, ma che continuano a vivere attraverso quei sapori.
Ho amato anche la riflessione sul fatto che conoscere un territorio significhi andare oltre l’immagine della cartolina. Ogni luogo ha la sua bellezza, ma anche le sue fragilità, le sue contraddizioni e le storie delle persone che lo abitano. È proprio questa visione autentica che permette di creare un legame vero con una terra.
Mi sono ritrovata molto anche nel passaggio in cui racconti di sentirti parte di una famiglia e di tradizioni che inizialmente non erano le tue. Credo che la vita spesso ci regali nuove appartenenze: arrivano attraverso l’amore, attraverso i viaggi, attraverso i cambiamenti che scegliamo o che il percorso della vita ci porta ad affrontare.
Alla fine forse è proprio questo che significa sentirsi a casa: non necessariamente tornare in un luogo dove siamo nati, ma riconoscere quei posti, quelle persone e quei sapori che riescono a raccontare una parte di noi.
Grazie Giulia per averci ricordato che le radici possono anche crescere lontano dal punto in cui siamo nate.